Exit West: tra migrazione e realismo magico

Ormai quando si sente la parola migrazione non si può fare a meno di essere invasi da immagini, ricordi di notizie presenti e passate. La migrazione fa parte del nostro quotidiano e negli ultimi anni è diventato un tema scottante che porta a innumerevoli discussioni. È scottante e delicato, perché riguarda vite su vite, anche se spesso molti di noi si dimenticano questo particolare importantissimo.

Eppure sembra sempre che non se ne parli abbastanza. Quando ci si trova davanti a realtà difficili da digerire, come guerre, persecuzioni e massacri, ci si tappa le orecchie, si chiudono gli occhi. Si tende a ignorare la realtà di vita di buona parte del nostro globo. Per questo la letteratura può essere un ottimo campo da sfruttare per sensibilizzare anche i cuori più duri riguardo il tema della migrazione. Mohsin Hamid ha cercato di portare al pubblico un romanzo che parlasse proprio di questo, realtà che molti considerano scomoda.

Però, mi duole dirlo, da parte mia Exit West risulta essere un quasi flop. Quasi perché a salvarlo è proprio la tematica affrontata, altrimenti per me sarebbe stato un romanzo del tutto mal riuscito.

Ora vi starete chiedendo: va bene, ma di cosa parla Exit West?

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Hamid vuole raccontarci la storia di una giovane coppia, Saeed e Nadia, collocata non si sa dove nel mondo. Aspetto che, ammetto, ho apprezzato molto. Chiunque di noi potrebbe essere una Nadia o un Saeed. La gioia del primo amore durerà poco per i due protagonisti, dato che nel loro paese natio la guerra scoppia con un escalation violenta. Ma c’è una possibilità, una via di fuga, un’uscita nel senso fisico del termine. Hamid infatti, inserisce nel romanzo un elemento di realismo magico molto interessante: le porte. Potrebbe accadere ovunque, quando meno lo si aspetta. Una porta qualsiasi si può trasformare in un portale per la salvezza. Nadia e Saeed cominceranno così il loro viaggio verso un futuro migliore, che però rivelerà le difficoltà di una vita passata a scappare.

La trama vi ha incuriositi? Ottimo. Peccato che, per quanto mi riguarda, lo sviluppo del romanzo sia stato davvero debole. Premetto che le mie aspettative risultavano altissime, visti gli elogi che ha ricevuto questo romanzo. Andiamo a vedere però, perché non mi ha convinta.

Partiamo innanzitutto dallo stile dell’autore. Hamid ci presenta un romanzo asciutto, scarno, quasi asettico. Non c’è nulla di male nel voler tenere uno stile narrativo breve e diretto (come si può vedere nei romanzi di Carver, ad esempio). Nonostante nella prima parte sembra essere anche adatto, perché in qualche modo riesce a coinvolgere in parte il lettore, già dopo trenta pagine Hamid smette di trasmettere quella connessione che deve esserci in romanzi che trattano di temi forti e soprattutto importanti. Il suo stile telegramma risulta troppo distaccato, senza far entrare il lettore in contatto con la storia.

A questo proposito vorrei collegarmi ai personaggi, che a mio parere sono fortemente influenzati dallo stile sbrigativo dell’autore. Saeed e Nadia in 150 pagine non riescono a prendere forma. A volte riusciamo a intravedere qualcosa del loro essere, ma niente di più. Ci appaiono come due figure indistinte, dalla debolissima caratterizzazione, ma soprattutto introspezione. In un romanzo che vuole portare una tematica così importante, non si può tralasciare il fattore empatia. Il lettore deve potersi sentire uno di loro, così da essere sensibilizzato verso il tema della migrazione. Ma Hamid preferisce lasciare tutto in superficie, nulla viene approfondito e Nadia e Saeed non riusciranno, almeno per quanto mi riguarda, a rimanere impressi nella mia memoria.

Con questo non voglio insinuare che l’autore dovesse suscitare sentimenti di pietà o compassione verso la storia narrata. Con la pietà spesso non si va da nessuna parte. Ma è mancato completamente un senso di identificazione, che a mio parere doveva essere di importanza cruciale. Perché per una persona già di per sé attenta e sensibile alla questione dei migranti il romanzo può essere noioso ma apprezzabile, almeno vista la scelta della tematica ben poco diffusa. Ma immaginatevi una persona curiosa, la quale non si è ancora fatta una vera e propria opinione riguardo l’emigrazione e l’immigrazione, che decide di leggere Exit West con l’idea di poter finalmente comprendere cosa vuol dire essere migrante, senza doversi barcamenare in un saggio o un’autobiografia. Alla fine del libro non potrà che ritrovarsi al punto zero, forse anche vagamente infastidita da un romanzo spinto dalla critica come esordio del settore.

Ultimo punto che volevo brevemente trattare è quello delle porte. Cavoli, Hamid ha avuto un’idea davvero geniale, peccato che non l’abbia saputa per nulla sfruttare. Di nuovo, immaginate un mondo in cui, come i funghi in autunno, cominciano a spuntare dei veri e propri portali per il teletrasporto. Provate a pensare alle implicazioni politiche, economiche, sociali che questo fenomeno potrebbe scatenare. Ma Hamid o non si è posto troppo il problema, o ha deciso di non soffermarvisi perché troppo complesso. E cosa decide di fare? Di mezionare qua e là qualche persona che decide di passare attraverso queste porte, senza darci troppo peso. Con un espediente di realismo magico così originale mi sarei aspettata una sua parte protagonista. Purtroppo però tra tutto risulta essere l’elemento più marginale, soffocato da frasi ripetitive e spesso senza una vera importanza per lo sviluppo della trama.

In conclusione non posso bocciare a pieno il romanzo di Mohsin Hamid, che si salva solo per aver scelto di trattare di un tema spinoso per gli occidentali, al quale spesso si vuole stendere un velo per non vedere cosa giace al di sotto. Infatti, i dettagli riguardo la vita da persona costretta a scappare da un paese in guerra e le conseguenze di una vita da immigrato sono ben espresse, ma con grande distacco. Ci sono pochi momenti ‘alti’ in cui Hamid si spinge un po’ oltre la superficie e ci fa entrare in contatto con la storia. Perciò per questo motivo e con grande dispiacere, a meno che non andiate pazzi per uno stile di scrittura di questo tipo, non mi sento di consigliarvelo. Vi lascio, però, con la citazione che ho preferito perché carica di verità, così da non chiudere del tutto con l’amaro in bocca:

[…] e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo”.

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