Divorare il cielo: una vita divorata

L’ultimo romanzo di Paolo Giordano ha fatto molto parlare di sè e devo dire ne ero incuriosito. Il giorno stesso che Francesca ha fatto uscire la sua recensione qui sul blog (QUI sul blog), dopo averla letta mi sono finalmente deciso a comprarlo. L’ho letto avidamente e mi ha coinvolto molto, ma questa non vuol essere una seconda recensione. Leggendo Divorare il cielo dentro di me si son mosse delle riflessioni che volevo condividere con voi, perciò ci tengo ad avvisare chi non lo avesse letto che in questo articolo sono presenti riferimenti diretti al romanzo (SPOILER ALERT).

Voglio concentrare la mia attenzione sul rapporto che lega Teresa e Bern e su un paio di loro scelte che mi hanno sconvolto. Infatti, nonostante ai fini narrativi siano state delle lame taglienti, capaci di tenermi con il fiato sospeso, e spingermi verso la fine con una curiosità ed un apprensione viva per loro, nella vita concreta sarebbero state fuori dalla mia immaginazione, motivo per cui il romanzo mi ha positivamente colpito ma d’altro canto il colpo è stato così duro che mi ha colpito al dilà delle pagine.

Ad un certo punto i nostri due protagonisti hanno difficoltà a concepire un figlio, cosa che già di per sè crea tensione, ma e da lì nasce tutta una serie di problemi. Perdono di vista il loro rapporto e si concentrano solo sull’idea della figlia che è nella loro immaginazione. Passano da simboli propiziatori ai farmaci per la fertilità, infine al trapianto di un ovulo fertilizzato di una donatrice, in una clinica a Kiev. Fallito anche l’ultimo disperato tentativo, avviene la rottura: Teresa, mortificata di non poter dare a Bern la paternità per cui sta perdendo la testa, in una telefonata criptica gli fa credere che ci sia un altro nella sua vita, per allontanarlo da lei e lasciare che vada avanti con la sua vita senza che lei lo ostacoli.

Nonostante capisca la frustrazione e gli stenti, quella che lancia Teresa è una bomba troppo grande, che nessuno potrebbe sopportare, per di più per telefono e senza la possibilità di un confronto verbale è normale che Bern dall’altra parte dia di matto. L’intento era quello di lasciarlo libero di proseguire la sua vita, un gesto estremo verso una persona che ama, che se fosse stato affrontato e gestito in un altro modo sarebbe anche stato un atto di coraggio, ma in questo modo si svilisce da solo.

Per tutta risposta, Bern che secondo la moglie avrebbe dovuto cogliere l’occasione per ricominciare senza di lei, si getta anima e corpo in una protesta contro i tagli degli ulivi malati di xylella con un gruppo che sostiene sia possibile guarirli e che sia tutta manovra mossa da speculazioni. Di fatto annulla completamente quello che fino al giorno prima era la sua vita, completamente assorbito in una lotta che è più grande di ognuno di loro e che alla fine lo travolgerà.

Questa chimera che Bern decide di affrontare è proprio la scelta che più mi ha sconvolto. Non riguardo il romanzo che invece mi ha appassionato e che attraverso i drammi dei personaggi scopre le pagine di una storia coinvolgente, mi stupisce come nella vita una persona possa cedere la precedenza su di sè alla difesa di un principio. In parte il problema è mio poichè non concepirei di sacrificare la mia vita e la mia famiglia come martire di un movimento, per quanto nobile e sacrosanto, e con questo forse dovrei ringraziare chi in questo senso nella storia ha avuto più coraggio di me, ma vorrei terminare dicendo che tra il progresso civile e l’istinto di sopravvivenza, ognuno scelga per sè, ma io sceglierei per me.

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